Locorotondo rimase isolata per un mese ed oltre. Le uniche notizie le avevamo dalla radio (non avevamo la televisione); apprendevamo che era stata disegnata una croce sul campo sportivo e l’elicottero calava medicinali e materiale di ogni genere. Non avevamo telefono, nè lo avevano alle nostre case. Dopo oltre due settimane di questo stato, eravamo preoccupati, anche perchè era finita la pasta che Linuccio portava da casa e le polpette di Nonna Graziella, che portavo io (il pranzo, fisso, era costituito da pasta col sugo di polpette e fettine di cavallo arrostite sul gas di città). Avevamo, in due, 500 lire (allora avevano un valore notevole); spendemmo tutto acquistando sigarette e fiammiferi (per mio padre), carne, pasta e quant’altro. Con lo zaino così predisposto, prendemmo il treno per Fasano (la Sud-Est era bloccata); giunti alla stazione di Fasano, apprendemmo che neppure la corriera (Di Tano) era in servizio. A piedi, quindi, percorremmo, nella neve, il tratto dalla stazione di Fasano a Locorotondo, ove giungemmo nel primo pomeriggio, affaticatissimi, quanto convinti di essere accolti come eroi. Giunti nei pressi dell’ospedale, vedemmo la figura di don Ciccio

PANELLA (indimenticabile medico condotto) il quale, a nostra preoccupata richiesta, ci disse, spezzando ogni nostra immaginazione, che stavano come beati porci (il mulino Sampietro, ov’è ora la casa rurale, era pieno di farina ed il piazzale antistante pieno di camion di grano, bloccati; il deposito pluricomunale di don Carletto, era stato appena rifornito di sale e tabacchi e non aveva potuto effettuare la distribuzione a motivo del blocco neve; giù a Sant’Anna era bloccato il camion di bombole di pibigas dirette a Ciccio “Zuliddo”). I giorni successivi, con i volontari dell’Azione Cattolica, ci dedicammo a prelevare malati dalle campagne, ed anche a trascinare qualche bara (nelle contrade più lontane ed inaccessibili, qualcuno era stato costretto a conservare il cadavere sotto la neve, in attesa che mest Peppe Grassi riuscisse a farvi arrivare la bara). Per la vegetazione arborea, fu un vero disastro. Gli olivi ne hanno risentito per un quarantennio.

TESTO DI GINO MUTINATI, tratto da SCAMPOLI DI RICORDI N. 1

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